Capitolo 3 – La Partenza

Capitolo III – La Partenza

L’alba fu densa di preparativi, aspettative ed emozioni: la paura mista ad eccitazione, l’infinita tristezza del dover dire addio contrapposta all’enorme gioia dell’andare incontro al proprio destino, l’amore verso Ale e l’odio verso sè stessa che era pronta ad andare via da lui.
Nel semplice gesto di tirare sù la cerniera dei suoi stivaletti alla caviglia, Anna si sentì all’improvviso già diversa, come se quella fosse la scena iniziale di un film di cui era la protagonista, pronta ad uscire di casa e a vivere mille avventure nel mondo.

Lui l’accompagnò in aeroporto, dove si fece trovare anche Ross, accompagnata dal tipo con la barba. L’addio fu straziante: Alessandro la strinse forte, quasi a non volerla più lasciare andare, lei ricambiò la stretta, ma si rese conto che era debole, poco convinta.
La sua mente era già altrove.
Ross le stampò un bacio sulla guancia e le pizzicò il sedere:
-“Vai e spacca tutto!” Le disse, facendole l’occhiolino.
– “Verrò a trovarti molto spesso” Aggiunse.
Poi arrivò il momento di andare, prendere in mano da sola il peso delle sue valigie, e attraversare i controlli dell’aeroporto per entrare nella zona delle partenze e dirigersi, in fine, al gate.
Un brivido le percorse la schiena quando si rese conto che, nell’istante esatto in cui girò le spalle al suo fidanzato e alla sua amica di sempre, non provò nulla. Nulla di ciò che si sarebbe aspettata: niente sconforto, niente vuoto, niente panico. Solo euforia. Fu come, tutto d’un tratto, se non fossero mai esistiti. E questa cosa la turbò, che razza di persona era?!
In realtà Anna aveva vissuto per la maggior parte della sua vita nell’insicurezza più totale. La colpa era del suo peso, pensava spesso lei, del suo corpo poco armonioso e per nulla snello. La colpa era di quelle cosce enormi e di quella pancia che non era mai stata piatta come quella delle sue amiche, nemmeno da ragazzina. Anna aveva sempre vissuto trattenendosi. Cercava di non andare in piscina a nuotare, perchè l’avrebbero presa in giro per via del suo aspetto, evitava la discoteca perchè non voleva che la vedessero ballare come un “ippopotamo in tutù”, cercava di vestire sempre di nero, perchè il nero, si sa, sfina. Nella sua testa però, o quando nessuno la vedeva, Anna adorava l’acqua, ballava da sola nella sua stanza, e adorava i colori sgargianti!
Una vita da spettatrice, era la sua. Mai protagonista, sempre dietro le quinte. Eppure adesso era cambiato qualcosa. Da quando il responsabile delle risorse umane le aveva comunicato del nuovo lavoro, era scattato qualcosa dentro di lei. Si era sentita finalmente protagonista. Proprio come in questo momento, all’aeroporto. Protagonista del suo film.
Chissà quante cose la attendevano.

Sul volo ripensò alla sua storia con Ale. Pensò al fatto che subito si era accorta che lui la guardava con occhi diversi, rispetto agli altri. Molti uomini neppure la prendevano in considerazione a causa dei suoi chili di troppo, non la guardavano con lo stesso sguardo di Ale, anzi: non la guardavano proprio! Lui le aveva sempre detto di essersi innamorato della sua dolcezza, ma… se si fosse innamorato invece della sua fragilità?! Un pensiero meschino e terribile la accarezzò: e se Alessandro si fosse da sempre nutrito della sua insicurezza?! Se si fosse cullato sul fatto che Anna non avrebbe mai potuto avere, o anche solo desiderare, niente di meglio se non lui?! Le venne un terribile groppo in gola e chiese alla hostess un bicchier d’acqua. Doveva scacciare via quegli oscuri pensieri e concentrarsi su sè stessa e sul nuovo lavoro. Le nuvole, bianche e all’apparenza morbide come un enorme batuffolo di cotone, sfrecciavano
veloci sotto di lei segnando i chilometri in aumento, sancendo la separazione definitiva con una vecchia versione di sè.

Una volta in aeroporto, notò subito le scritte in Gaelico, la seconda, nonchè la più antica, lingua irlandese, oltre che, ovviamente, in inglese, e si sentì per un’istante sola e sperduta, spaesata, ma non si lasciò prendere dal panico, andò a ritirare il grosso trolley sul nastro e, alla fine, prese un taxi.

Non potè fare a meno di godersi il tragitto verso l’albergo, guardando fuori dal finestrino. Dublino: una città antica e moderna allo stesso tempo, ricca di storia e di tradizioni, di musica e folclore o almeno, così aveva letto su qualche guida turistica.

Quando era stata ospitata a casa di Ross, aveva avuto modo di cercarsi una sistemazione provvisoria su internet. Aveva preso una stanza in un appartamento poco distante dal centro, le avevano detto che le altre inquiline erano tutte donne e questo l’aveva, in qualche modo, rassicurata. Probabilmente si sarebbe trattato di una bettola ma, almeno per il periodo iniziale, si sarebbe dovuta accontentare.
Aveva preso accordi con una delle coinquiline che si sarebbe fatta trovare a casa per consegnarle le chiavi, il pagamento era invece stato effettuato in anticipo, direttamente al proprietario.
Il taxi si fermò delicatamente in una stradina secondaria dove c’erano una serie di villette con piccoli giardini privati. Anna scese esitante dall’auto e aspettò che il tassista le consegnasse il bagaglio.
Quando il taxi ripartì, lei estrasse il fogliettino con l’indirizzo dalla tasca e iniziò a cercare il numero civico. Le bastarono tre passi e si ritrovò davanti un graziosissimo portoncino color blu cobalto, intarsiato.
Come inizio non sembrava male, ma non voleva illudersi. Bussò al campanello e attese, impaziente di scoprire dove avrebbe abitato per i prossimi mesi.
Nessuna risposta.
Bussò nuovamente e si preparò mentalmente ad affrontare una conversazione in inglese.
Lo parlava discretamente, ma ultimamente era un pò fuori allenamento.
Finalmente qualcuno aprì la porta:
– “Salve!” Una ragazzona giunonica, nuda, con un asciugamano bianco avvolto attorno al corpo tatuato e una sgargiante chioma fucsia, la salutò nell’idioma locale.
-“Salve… io sono la nuova inquilina. Mi chiamo Anna, cerco Katy, abbiamo preso un appuntamento via e-mail” Disse Anna, incerta.
Forse aveva sbagliato casa.
La ragazza la squadrò per qualche secondo, poi esplose in un enorme sorriso ed esclamò:
-“Anna! Ma certo! Scusami, stavo asciugando i capelli e non ho sentito subito il campanello! Katy sono io, è un piacere conoscerti, accomodati.” Le strinse la mano e la fece entrare nel suo nuovo appartamento.
La casa si snodava su due piani, se ne accorse subito perchè una massiccia scalinata di legno faceva bella mostra di sè nel soggiorno.
Non era stato certo l’affitto basso a farla propendere per quella sistemazione, ma la disponibilità immediata, la posizione della casa e il fatto che dentro ci fossero solo donne. Il prezzo non era tra i più economici che aveva trovato sul mercato, ma ora ne capiva anche il perchè. L’appartamento era adorabile! Più che un appartamento, era una piccola villetta e, si accorse con meraviglia, aveva anche un piccolo giardino con un tavolino vintage, due sdraio e una casetta per gli uccelli. L’ambiente era abbastanza disordinato, pieno di roba colorata sparsa qua e là, ma nel suo disordine risultava quasi armonico, dinamico, vivo!
-“Ti faccio vedere la tua stanza” Katy le fece strada, sempre avvolta nell’asciugamano, scalza, senza farsi troppi problemi. Anna la seguì, assaporando ogni secondo. Le stanze erano al piano di sopra e, lungo il tragitto su per i gradini di legno, Katy recuperò un paio di mutandine appese al corrimano delle scale, rise:
– “Siamo un pò disordinate” Si giustificò.
Percorsero un corridoio abbastanza anonimo, diverso rispetto al piano di sotto, ed arrivarono all’ultima porta: la porta della sua stanza. Katy fece scivolare la mano sulla maniglia e le svelò quello che sarebbe stato il suo regno e il suo rifugio: una stanzetta con carta da parati a fiorellini rosa, dei mobiletti bianchi e senza pretese, ed una stupenda ed enorme finestra che dava sul giardino, dalla quale proveniva tanta luce che illuminava l’ambiente.
– “Il bagno è in comune, in corridoio, la seconda porta a destra” Le comunicò Katy.
– “Grazie, sono contenta di essere qui” Disse Anna, sincera, sorridendo. Si sentiva quasi volteggiare a mezz’aria, come se quello fosse solo un sogno e non la sua vita.
– “Sarai stanca del lungo viaggio. Posso offrirti una tazza di te, o… un pò d’acqua? Non abbiamo molto altro in casa, a dire il vero… a meno che tu non voglia un super alcolico, vuoi un super alcolico?” Chiese Katy, premurosa e molto stramba.
– “No, ti ringrazio tanto, ho la bottiglietta d’acqua dell’aeroporto. Penso che adesso mi farò una doccia” Rispose lei.
– “D’accordo, allora ti lascio ad ambientarti. Le altre adesso non ci sono, più tardi te le presenterò. Siamo felici di averti con noi. Benvenuta a Casa Cairdeas!” La salutò la bizzarra ragazza dai capelli fucsia, prima di dileguarsi.

Quando rimase sola nella sua stanza, Anna ebbe un sussulto di gioia, si guardò nuovamente intorno e sorrise, non poteva proprio smettere di farlo. Se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, si disse, allora la sua giornata era iniziata nel migliore dei modi possibili!

Quando uscì dalla doccia si rifugiò subito in camera sua, la casa era bellissima ma anche abbastanza fredda. Si asciugò e si pettinò con calma, poi venne distratta da un rumore sordo, incessante… proveniva dall’armadio. Incerta, si diresse verso il grazioso armadio a due ante, bianco, che si ergeva lungo la parete lunga della stanza. Il rumore continuava. Si chiese se non ci fosse un procione nell’armadio. In Irlanda c’erano i procioni?! Il rumore sembrava non darle tregua. Pareva una sorta di brontolio sommesso, anzi no… sembrava una sorta di vibrazione! Aprì l’armadio con un gesto rapido e si scansò, mettendosi al riparo, nel caso fosse saltato fuori qualche strano animale. Che stupida, ma certo! Era il suo telefonino che vibrava senza sosta. Appena arrivata, aveva buttato la sua borsa nell’armadio e non si era preoccupata di avvisare nessuno di essere arrivata a destinazione sana e salva, era troppo presa dagli eventi. Il telefono le mostrava trenta chiamate perse e cinque messaggi su WhatsApp.
Oddio, tanto valeva chiamare la polizia, o i pompieri, Santo Cielo! Una sensazione di angoscia le prese la bocca dello stomaco. Doveva chiamare Ale e Ross e dire che era andato tutto bene, che l’aereo era atterrato senza problemi e che era giunta a destinazione sana e salva, ma non ne aveva alcuna voglia. Si rendeva perfettamente conto che c’erano delle persone che tenevano a lei e che erano in ansia per lei, ma le sembravano già così lontane…
-“Ale, sono io” Disse, non appena lui aprì la conversazione.
-“ Oh, grazie a dio! Dove ti eri cacciata?! Stavo iniziando a pensare che ti avessero rapita!” Urlò lui, per tutta risposta.
– “Va tutto bene. Ho fatto una doccia” Rispose lei, piatta.
– “Com’è lì? Com’è la casa? E’ stato difficile trovarla?” Chiese quindi lui.
La conversazione proseguì ancora per qualche minuto, poi lei gli disse di essere molto stanca e di voler riposare e si promisero di sentirsi il giorno seguente, dopo il lavoro.
Una volta chiusa la conversazione con Ale, Anna chiamò Ross.
-“Heilà, amica! Chi non muore… si risente!” Esordì la ragazza.
-“Ciao Ross, qui tutto bene, la casa è bellissima anche se un pò fredda” Raccontò lei.
-“Le coinquiline?! Simpatiche?” Chiese l’altra.
– “Beh, a dire il vero ne ho conosciuta solo una, Katy, quella con cui mi sono sentita via mail… Non so… sembra simpatica. Ha un colore di capelli che ti piacerebbe molto, penso
Anche questa volta, Anna ci mise pochi minuti a tranquillizzare la persona con cui stava parlando e, anche se in questa seconda chiamata si lasciò andare a un pò più di dettagli e considerazioni, la conversazione terminò e lei si accinse ad asciugarsi i capelli e a fare il letto.
Una volta finito di sistemare le lenzuola, Anna si lasciò cadere sul materasso morbido, guardando il soffitto per qualche minuto. Era confusa. E pronta. Si sentiva pronta. Per cosa, esattamente, ancora non sapeva bene, ma sapeva di essere pronta a tutto ciò che la sua nuova vita avrebbe avuto da offrirle.
Così si alzò, pensò che era ancora primo pomeriggio e che non valeva la pena sprecare in camera il suo primo giorno a Dublino, anche se avrebbe dovuto riposare, il giorno seguente la aspettava il grande debutto, al lavoro. Ma riposare, e torcersi le mani per tutto il giorno, torturandosi e crogiolandosi nella sua insicurezza e nell’ansia del del nuovo lavoro era esattamente ciò che avrebbe fatto la vecchia Anna, perciò uscì dalla stanza.
Scese la massiccia scalinata di legno, decisa ad esplorare meglio la sua nuova casa. Sembrava un incrocio tra una casetta incantata abitata da gnomi, folletti e fate, e un bordello di periferia. Una stranissima combinazione, a dire il vero. La grande sala da giorno era arredata con vecchi divani ricoperti da vistose stampe floreali, ma su uno dei due era adagiato un enorme boa di piume viola. Le tende erano di velluto verde, pesanti e all’apparenza molto antiche e forse piene di polvere, evidentemente per proteggere le inquiline dagli spifferi provenienti dagli infissi di legno delle finestre, date le basse temperature che l’Irlanda poteva riservare loro, ma sopra ad alcune di loro era stata buttata una serie di lucine a forma di stella. La cucina aveva un’aria vissuta, ma era pulita e ordinata, a differenza degli altri ambienti, al centro c’era un massiccio e meraviglioso tavolo di quercia.
Non c’erano moltissime stanze, la villetta si rivelò accogliente e piccola quanto bastava. Dalla cucina, una portafinestra dava sul giardino. Anna fece scorrere la porta a vetro e venne subito investita da un’arietta frizzante, ritrovandosi all’aria aperta. Fece un passo verso la casetta degli uccelli, per esplorarla da vicino, ma sbattè la testa contro uno scaccia pensieri pieno di cristalli tintinnanti, che fecero un gran baccano. Si guardò intorno colpevole, come se potesse aver svegliato o disturbato qualcuno e solo in quel momento si rese conto di essere sola in casa, o almeno così pareva.
Katy doveva essere uscita e lei aveva tutta la privacy necessaria per esplorare senza occhi indiscreti.
Il giardino era grazioso e curato. Sul tavolino notò un posacenere con i resti di una canna.
Rientrò per via del troppo freddo ed esaminò meglio la cucina: non solo era ordinata e pulita quasi in modo maniacale, ma era anche piena di elettrodomestici di ultima generazione che prima non aveva notato. Aprì le dispense e scoprì un enorme quantità di cibo impilata ordinatamente ed etichettata. Poi notò una bottiglia di vino bianco, frizzantino, dal nome italiano. Pensò che, solo un momento prima, Katy le aveva offerto da bere, e aveva menzionato anche gli alcolici, quindi si sentì autorizzata a berne un pò. Era proprio ciò che ci voleva per distendere un pò i nervi e lasciarsi andare e, al contempo, festeggiare quel nuovo inizio. La bottiglia era chiusa e Anna si affrettò a cercare in giro un cavatappi aprendo vari cassetti. Pensò che se qualcuno avesse fatto storie, si sarebbe offerta di ricomprare la bottiglia e tutto si sarebbe risolto. Trovò anche un bel calice da vino, dunque stappò la bottiglia e si rilassò sul divano fiorato, sorseggiando a poco a poco il vino frizzante. Era una cosa che, a casa sua, non faceva mai. Tranne, naturalmente, quando era Ross a farla ubriacare.
Proprio mentre stava riflettendo sul fatto che quella nuova versione di sè sarebbe stata molto più “rock”, disinvolta e libera, sentì il rumore di una chiave inserita nella toppa della porta di ingresso. Si irrigidì per un secondo, poi pensò che la nuova Anna non doveva temere di conoscere gente nuova e così si alzò dal divano e si posizionò nell’ingresso, pronta a salutare e a presentarsi ad un’altra coinquilina.
La porta si aprì, rivelando una ragazza minuta, dai capelli corti, con un cappottino a quadretti e una grande sciarpa di lana avvolta attorno al collo. Era così piccina e dai lineamenti così delicati da sembrare una specie di folletto.
La ragazza si bloccò nell’ingresso, notando la presenza di Anna. La guardò prima in viso, poi il suo sguardo scese sulle mani e sul bicchiere che Anna stringeva ancora. In un lampo, gli occhi della ragazza guizzarono sul tavolino tra i due divani, dove era stata adagiata la bottiglia di vino, e di nuovo su Anna, questa volta con una strana espressione.
– “Dove hai preso quella bottiglia?” Le ringhiò contro la piccoletta, in un perfetto italiano madrelingua, senza neppure salutarla. Che aggressività!
Anna indietreggiò di un passo, presa alla sprovvista.
– “Oh, scusami, era forse la tua? Te la ricomprerò con piacere, non c’è problema. Avevo solo bisogno di bere qualcosa” Rispose. Ma l’attacco non cessò. La brunetta dalle sembianze di un folletto era più energica e determinata che mai.
– “Avevi bisogno di bere qualcosa?! E quindi tu arrivi a casa della gente, apri gli scaffali e ti appropri della roba altrui?! Non hai idea di quello che hai fatto!” Le urlò contro.
– “Non c’è bisogno di prendersela in questo modo, ho detto che te la ricompro! E, se volevi berla stasera, dimmi dove l’hai presa e andrò subito al negozio. Scusami, ero stanca e Katy aveva detto…
– “Katy aveva detto cosa?! E’ impossibile che Katy ti abbia autorizzato ad aprire quella bottiglia, sa benissimo quanto vale! E no, razza di genio, non puoi andare al negozio a ricomprarmela, perchè viene dall’Italia, è di un’annata e di un vigneto speciali e, a meno che tu non possa teletrasportarti in Toscana in questo istante e non sia disposta a spendere una cifra a due zeri, dubito fortemente che potrai ricomprarmela! La prossima volta, evita di toccare le cose degli altri!” E, così dicendo, anzi urlando, la ragazza si diresse al piano di sopra, senza più degnarla di uno sguardo.
Anna si sentì una perfetta idiota, le salirono le lacrime agli occhi e d’improvviso, le passò la voglia di bere vino. Sentì una porta sbattere al piano di sopra.
Tentò di ricomporre la bottiglia, ci mise sopra il tappo di sughero, si ingegnò per farcelo entrare di nuovo e la rimise al suo posto. Lavò in fretta il calice nel lavandino. Poi, prese il cappotto, che aveva appeso all’attaccapanni nell’ingresso quando era arrivata, e uscì, un pò sconvolta.

Camminò velocemente, senza una meta precisa, nell’aria pungente, sotto il cielo d’Irlanda. Era stata una stupida, si disse. Aveva già rovinato tutto con le nuove coinquiline. Però, diamine, per una bottiglia così pregiata, almeno appiccicarci sopra un pezzo di carta con la scritta: “non toccare” sarebbe stato d’obbligo!
Camminò per un pò, senza sapere dove stava andando, quando a un certo punto incontrò il fiume.
Tutte le insicurezze che si portava dentro le ripiombarono addosso come un macigno. Pensò ad Ale e alla sua amica Ross, pensò che avrebbe desiderato un abbraccio e una faccia amica.
Una comitiva di turisti le passò accanto e capì di essere, vicina al centro. La serata era calma e bella, il cielo era sereno e l’aria era fredda e ferma. Era nervosa, confusa e mortificata. Ecco che cosa succede a chi cerca di essere ciò che non è! Anche se tentava di scappare da sè stessa, lei era sempre Anna, la ragazza cicciottella, insicura e stupida, come suo padre amava tanto ripeterle. Decise di prendere la direzione opposta a quella dei turisti, non le andava di finire in mezzo a troppa gente. Camminò a lungo, a passo svelto, per schiarirsi le idee e sfogare un pò di ansia. Pensò al giorno seguente, al suo ingresso in azienda, al nuovo lavoro: era terrorizzata. Presa dai suoi pensieri, Anna non si accorse di aver perso l’orientamento già da un pò. Quando alzò di nuovo gli occhi, non aveva la più pallida idea di dove si trovasse. Non riconosceva il quartiere, il cielo era diventato buio, non sembrava essere una zona centrale, c’era poca gente in giro. Un brivido le percorse la schiena e lo stomaco ebbe un sussulto. D’istinto, mise mano alla borsa, ma si accorse con orrore di non avere nulla con sè. Quando era scesa al piano di sotto, aveva lasciato la borsa nell’armadio, in camera sua, con tutto il suo contenuto, tra cui le cose che avrebbero potuto aiutarla: il portafogli e il telefono.

All’improvviso fu travolta da una violenta ondata di sconforto e le venne da piangere, poi la sua attenzione fu catturata  dalla luce di un piccolo pub in lontananza e, sebbene si vergognasse da morire della situazione in cui si era cacciata, decise di andare a chiedere aiuto.
L’interno del pub, completamente in legno scuro, massiccio e antico, era poco illuminato. Un enorme bancone si stagliava sulla parete di fronte all’ingresso e, nonostante fossero solo le sei del pomeriggio, c’erano già diversi avventori intenti a farsi una pinta. Dietro al bancone c’era un ragazzo alto e robusto, dai capelli rossicci e la barba folta dello stesso colore, il tutto a incorniciare un bel paio di occhi verdi come la natura selvaggia irlandese.
Lui si accorse di lei e la guardò con quegli occhi bellissimi e Anna si sentì girare la testa per l’imbarazzo. Lui era davvero… notevole. Per la prima volta nella sua vita Anna capì cosa ci trovasse di così tanto affascinante la sua amica Ross negli uomini con la barba.
-“Cosa bevi?” Le chiese, cortese, con una voce profonda e roca che ben si sposava con il suo aspetto massiccio, da boscaiolo.
-“Io… in effetti, non sono qui per bere” Esordì la ragazza, impacciata. Lui rise:
-“Non sei qui per bere?! Beh, allora sei nel posto sbagliato, ragazza!” Urlò, deridendola. Uno degli avventori alzò la sua birra, in segno di approvazione. Anna si sentì molto a disagio e desiderò uscire il prima possibile da lì. D’altra parte, non aveva la minima idea di come sarebbe tornata a casa e aveva davvero bisogno di aiuto. Nella tasca aveva ancora il foglietto con l’indirizzo, magari il ragazzo barbuto avrebbe potuto indicarle la via. Si fece coraggio:
-“A dire il vero, ho bisogno di aiuto: mi sono persa” Confessò. Lui scoppiò in una fragorosa risata. Okay, era carino, ma cominciava veramente a darle sui nervi. Quando smise di ridere lui la osservò più attentamente e sembrò placare la sua ilarità, assumendo quasi un’aria contrita:
-“Ma sei seria?” Le chiese, allibito.
-“Si, lo sono. Mi sono persa. E’ il mio primo giorno qui a Dublino e penso di aver camminato troppo…
-“Perdonami allora, credevo stessi scherzando! Come posso aiutarti?” Si scusò lui, diventando tutto serio. Anna gli passò il foglietto che aveva in tasca:
-“Devo tornare qui” Gli disse. Lui lesse l’indirizzo con attenzione, poi prese il suo cellulare, sotto al bancone, e fece una veloce ricerca.
-“E’ lontano” Le disse dopo pochi secondi. “Ti chiamo un taxi” Propose.
In quel momento entrò un nuovo cliente che andò direttamente al bancone e ordinò una Guinness. Il ragazzo barbuto si scusò e andò a servirlo. Anna si frugò nelle tasche, nella remota speranza di trovarci qualche spicciolo. Non aveva un euro. Era spacciata. Ma come poteva essere andata così lontano da sola, semplicemente con le sue gambe?! Avrebbe tranquillamente potuto ripercorrere i suoi passi, ma… se poi si fosse persa di nuovo, per strada?!
-“Scusami, eccomi qui. Allora, taxi?” Il ragazzo tornò da lei.
-“Io non posso prendere un taxi. Se mi indichi la strada, tornerò a piedi” Rispose quindi lei.
-“L’indirizzo che mi hai dato dista sei chilometri da qui e ormai è buio e questo non è un bellissimo quartiere da frequentare di notte, sicura di volerlo fare?” Le chiese quindi lui.
-“Temo proprio di non avere altra scelta. Non ho la borsa, non ho i soldi, nè il telefono. Oddio, sono una stupida, che cosa ho combinato!
Lui la scrutò come si scruta un raro esemplare in via di estinzione.
-“Sei strana” Le disse. Lei non lo prese come un complimento. Era esausta.
-“Devo andare!” Disse, stizzita e girò sui tacchi, puntando la porta.
-“Aspetta, aspetta, aspetta! Non volevo offenderti… è che sto cercando di capire cosa ci fai qui. Qualcuno ti ha fatto del male? Ti hanno rapinata?” Lui la seguì, uscendo fuori dal bancone e mettendo in mostra tutta la sua imponenza. Indossava una camicia a quadri, un jeans e un paio di massicci anfibi. Era molto più alto di quanto sembrasse e decisamente sexy. Lei si voltò e se lo ritrovò davanti. Aveva un odore intenso e muschiato. La ragazza cercò di non farsi distrarre e di mantenere un briciolo di dignità.
-“No, sto bene. Sono uscita di casa in fretta, senza la borsa. E’ il mio primo giorno in questa città, domani inizio un nuovo lavoro e non conosco le strade, tantomeno quella di casa. Non sono pazza. Sono solo idiota.
Gli spiegò, cercando di mantenere il controllo.
-“Capisco…” Rispose lui, massaggiandosi la barba folta con le mani, enormi.
-“Ti chiedo scusa per il disturbo” Disse quindi Anna, aprendo la porta. Ma lui la trattenne, alzando un braccio muscoloso. Richiuse il pesante uscio di legno massiccio senza neppure fare il minimo sforzo per contrastare la forza della ragazza, che invece lo tirava per aprirlo.
-“Ho una proposta per te” Disse quindi.
-“Stasera abbiamo una serata di musica dal vivo. Ti piacerà. Qui amiamo molto la musica tradizionale. Una delle cameriere si è ammalata e sono a corto di personale. Se resti per la serata e ti dai da fare nel servire ai tavoli, ti pago il taxi alla chiusura del locale. Che ne pensi?” Propose.
-“Domani mattina devo alzarmi presto. Non credo sia il caso…” Rispose lei.
-“Se esci da qui a piedi, senza soldi, nè telefono, potresti metterci ore a trovare la strada di casa e ti congeleresti nel frattempo. La mia è una proposta onesta e poi mi daresti davvero una grossa mano. Le mance sono tutte tue.” Sorrise e Anna notò che aveva anche dei denti dritti e perfetti. Si arrese.
-“D’accordo. Ok, ci sto. Sarò la tua cameriera per questa sera
-“Perfetto. Sono Mark” Le strinse la mano, una vigorosa e calda stretta di mano che le fece girare la testa.