Romanzo Curvy a Puntate

Capitolo I – Il Colloquio

Stava frugando nell’armadio ormai da più di venti minuti: magliette, calzini, jeans e mutande erano sparpagliati per la stanza come se ci fosse appena stata un’esplosione nucleare. Era un bel pomeriggio d’Ottobre, le giornate erano ancora miti, un tiepido sole faceva capolino dalla finestra. In fine, eccola lì, tirar via la testa dall’armadio, con i capelli tutti arruffati e l’aria imbronciata. Anna era una ragazza disordinata, senza alcun dubbio, e lo riconosceva lei stessa, ma nel suo disordine, di solito, riusciva sempre a trovare le cose che cercava. Si sistemò i capelli, una bella massa castana lucente, con riflessi ramati, poi disse tra sè “Dove diamine l’ho messo?“. Svuotò ancora due cassetti senza ottenere alcun risultato quando, alla fine, ebbe come una folgorazione e tutto fu chiaro. Corse dall’altra parte della stanza, all’armadio del suo compagno, Alessandro. Erano i classici due opposti che si attraggono: lei un vulcano di idee, irrequieta e folle, sempre appassionata a qualcosa, disordinatissima e impulsiva; lui calmo e pacato, sempre con la schiena bella dritta e quei modi di fare gentili ma autoritari, impeccabile con i suoi completi sempre stirati, i capelli perfettamente in ordine e quel sorriso disarmante e sincero che l’aveva fatta innamorare. Vivevano assieme ormai da circa due anni e tutto filava incredibilmente liscio.

Ricordò di avergli affidato il suo tailleur per le grandi occasioni. “Conservalo tu” gli aveva detto “Se lo tieni nel tuo armadio di sicuro rimarrà pulito e stirato, nel mio sarò fortunata se lo ritrovo” aveva aggiunto. Lui aveva riso e aveva scosso la testa in segno di rimprovero e poi, aveva preso in consegna il tailleur della sua fidanzata. Anna riuscì dunque a recuperare ciò che stava cercando. Sollevò il completo gonna e giacca in alto, per poterlo osservare con attenzione. L’ultima volta, lo aveva indossato per la sua Laurea, circa sei mesi prima e, nel frattempo, era ingrassata, ancora. Fece una smorfia, una morsa le prese lo stomaco, la paura che non le entrasse più la paralizzò, era l’unica cosa che aveva da mettere per l’importante colloquio di lavoro che si sarebbe tenuto da lì a due ore. Era la sua occasione e non voleva sprecarla per nessuna ragione al mondo. In quell’era di crisi economica, dopo la sua brillante Laurea in psicologia del lavoro, aveva avuto non poche difficoltà ad essere anche solo presa in considerazione per un colloquio presso una grande azienda ma, alla fine, ce l’aveva fatta. Il posto per il quale si candidava era all’interno del dipartimento risorse umane, non si liberava spesso un posto del genere.

Provò il tailleur, preoccupata. “Entrami, entrami, entrami, entrami, entrami!” Mugolava, tra sè. Il tailleur, miracolosamente, obbedì. Certo, era alquanto stretto e il bottoncino della gonna dava chiari segni di cedimento, ma lei tirò la pancia in dentro  e corse alla ricerca del body contenitivo. Anna non era mai stata magrolina, dall’età di quindici anni aveva iniziato a sentirsi diversa dalle altre sue coetanee: lei era quella più pienotta, l’amica fidata, l’amica bruttina, non la bella ragazza a cui tutti vanno dietro. Un giorno però, aveva incontrato un ragazzo di nome Alessandro che aveva visto molto più di qualche rotolino di ciccia in lei, e l’aveva amata, da subito, incondizionatamente, adorando ogni centimetro del suo corpo. Erano stati insieme per cinque anni e poi avevano deciso di prendere un appartamento e andare a convivere. Nel frattempo, anno dopo anno, Anna metteva sù un kilo dopo l’altro. Proprio non riusciva a fermarsi! Di sicuro contribuivano gli studi universitari, che la costringevano ad ore ed ore di immobilità, ma anche il fatto di essersi, in un certo senso, sistemata, la faceva sentire al sicuro, e aveva fatto sì che si lasciasse un pò andare.

Anna era arrivata a non piacersi più da un pò. Ma non ne aveva fatto parola con nessuno. Il suo obiettivo, adesso, era trovare un buon lavoro. Così, indossò la giacca che, “ahi!” tirava sulle maniche all’altezza delle braccia, – niente di grave, doveva solo ricordarsi di non alzarle, – e imboccò la via per la metro. Ora doveva scrollarsi di dosso ogni sorta di negatività e qualsivoglia pippa sul suo stato fisico, e doveva concentrarsi su quel colloquio, la grande occasione della sua vita. Giunta alla giusta fermata ricontrollò l’indirizzo e guardò l’ora. Pochi passi e si ritrovò dinanzi l’imponente edificio a vetri dell’azienda. Chiuse gli occhi, inspirò forte, strinse i pugni, sudati, poi si ricompose ed entrò con passo sicuro.

Nella sala d’aspetto notò subito due stangone con le gambe lunghissime, un vitino da vespa e l’aria di chi sa che con la propria bellezza può ottenere tutto ciò che vuole. Una in particolare era quasi ipnotizzante, indossava un abitino grigio molto corto che però, su di lei, non appariva volgare, calze nere e tacchi molto alti. Aveva un viso piccolo e ovale dai lineamenti molto delicati, i capelli biondi, le labbra carnose… E poi aveva quella luce. Quella luce negli occhi che Anna sapeva non avrebbe mai avuto. La luce dell’autostima, della sicurezza, la consapevolezza che in quella stanza non ci fosse nessuno migliore di lei, nemmeno l’altra stangona. Quella luce negli occhi già bastava da sola a far girare tutti per guardare nella sua direzione. Era un esemplare da corsa, una tosta. Nessuno avrebbe avuto quel posto se non lei.

Anna sapeva di non avere alcuna speranza. Si arrabbiò con il destino che le aveva fatto incrociare una così sul suo cammino. Era proprio sfortunata, si disse, ovunque andasse, c’era sempre una così, una inarrivabile, una che attirava le attenzioni di tutti, che avrebbe potuto far fare agli uomini tutto quello che voleva. Poi si chiese se la colpa fosse realmente del destino e se il ricondurre tutti i suoi fallimenti alla stangona di turno non fosse solo un modo per sentirsi meglio e non farsi altre domande. Chissà, magari era lei a sbagliare qualcosa, forse urgeva un bell’esame di coscienza per iniziare a lavorare su sè stessa. Scacciò subito tali pensieri. Poteva lavorare su sè stessa quanto le pareva, ma finchè si fosse trovata davanti una così, a concorrere per la stessa posizione, non avrebbe mai avuto speranze. Le apparenze contano, si ripeteva Anna, contano eccome!

Eppure, in occasione di quel colloquio, aveva passato tutto il pomeriggio a “farsi bella”: aveva tirato via tutti i peli da gambe e braccia (manco avesse un appuntamento galante), aveva indossato il tailleur della laurea (dopo averlo finalmente trovato), aveva stirato i capelli per bene, osservando il suo sguardo emozionato e spaventato allo specchio. Non aveva mai lavorato in una vera azienda, per lo meno non una che non fosse un call center con sette dipendenti… Aveva studiato un make up non troppo pesante, che però mettesse in risalto gli occhi e le facesse sembrare il viso meno tondo e si era fatta, la sera prima, una french manicure, mentre guardava la tv. Aveva poi indossato il suo sorriso migliore, quello della ragazza paffuta si, ma sicura di sè e anche umile. Ma ora cominciava a sentirsi una perfetta idiota. Inoltre la giacca del tailleur le tirava, sulle braccia, e quindi si sentiva anche scomoda, oltre che tesa e molto poco a suo agio.

Finalmente sentì il suo nome e fu chiamata nell’ufficio del capo delle risorse umane. Era un uomo. Fantastico, qualsiasi barlume di speranza era andato definitivamente perso. – “Buongiorno” Balbettò Anna, ma il suo tono di voce non era nè fermo, nè alto, nè sicuro. Strinse la mano al tizio, un bel tizio, per essere precisi. Un bellissimo esemplare di uomo sui trentacinque anni, giacca e cravatta, sguardo fiero e sicuro, occhi neri e decisi. Il classico manager importante, le incuteva non poco timore. -“Si accomodi.” Le ordinò. Anna si piegò per prendere posto sulla sedia posta dinanzi alla scrivania e, proprio nel momento in cui i suoi abbondanti glutei toccarono la morbida imbottitura della sedia, sentì nettamente e distintamente (e potè giurare che lo sentì anche il bellissimo manager delle risorse umane) uno strappo. La gonna! Pensò, d’istinto, e la sua mente cominciò a vorticare, frenetica: cavoli, la gonna era troppo stretta, lo sapevo. Cavoli. E adesso? E adesso? Lui se ne è accorto? Mi guarda in modo strano… Perchè mi guarda così? Come farò ad alzarmi da questa sedia? Speriamo che il danno non sia troppo evidente… Oh, cavoli!

-“Signorina Tessi? Signorina Tessi?” Si riprese dal terrore, solo per accorgersi che il tizio la stava richiamando, probabilmente da molto, a giudicare dalla sua faccia perplessa. -“Signorina, va tutto bene? E’ diventata bianca e non ha risposto alla mia domanda” Disse l’uomo. Anna cercò di rilassarsi, di non pensare allo strappo. Sorrise.

-“Va tutto bene, mi scusi. E’ solo che qui dentro c’è stato uno sbalzo d’aria per me, sono molto sensibile agli sbalzi di temperatura, mi è girata un pò la testa. Le chiedo ancora scusa. Possiamo procedere.” Disse, tentando di giustificarsi.

-“Bene” Disse quindi lui, con aria diffidente. “Le avevo chiesto di parlarmi un pò delle sue precedenti esperienze lavorative” Aggiunse, riprendendo il filo del colloquio.

Anna rispose a tutte le sue domande cercando di mostrarsi sicura e competente. Sorrise disinvolta come se il momento di alzarsi dalla sedia non dovesse mai arrivare, parlò dei suoi brillanti risultati accademici e di come, anche durante gli studi, avesse sempre lavorato e si fosse data da fare per accumulare esperienza. Ma quel momento arrivò. Arrivò quando il giovane uomo le strinse la mano, ringraziandola, e promettendole notizie future in merito al posto di lavoro. Anna ricambiò la stretta e si alzò in piedi. Fino a che fosse rimasta con le spalle rivolte verso la porta, lui non avrebbe potuto vedere lo strappo. Mentre gli stringeva la mano, tastò l’entità del danno con l’altra. Pareva proprio un brutto squarcio, in verticale, sulla cucitura, lungo circa cinque centimetri. La gonna era nera e sotto Anna portava un paio di collant color carne. Sarebbe stato impossibile non accorgersi dello strappo. Mentre salutava il manager e tastava la gonna, le vennero le lacrime agli occhi. Non aveva idea di come sarebbe uscita da quella situazione, se non attraverso un’umiliazione totale. Di sicuro, quel posto non sarebbe mai stato suo.

Anna fece l’ultimo sorriso, poi si costrinse a lasciargli la mano e a voltarsi, per andare via, umiliata. Prese la borsa che aveva portato con sè e la parò davanti allo strappo, camminando incerta verso l’uscita.

-“Signorina Tessi?” Si sentì chiamare dal bel manager ad un passo dalla porta. Gelò, terrorizzata. Cavoli! Cosa vuole ancora da me? Il posto non sarà mai mio, l’ho capito, non sono mica scema! Che vuole ancora, sto tipo? Pensò, prima di voltarsi, fingendosi disinvolta.

-“Prenda questa” Disse lui, porgendole una cartellina azzurra. Anna rimase interdetta, sempre con la borsa appiccicata al suo sedere.

-“Di che si tratta? E’ una brochure dell’azienda, o…” Chiese, ma non fece in tempo a terminare la frase che lui indicò la sua gonna.

-“Beh…” Cominciò il bel manager delle risorse umane “La borsa non basta. Se poi è venuta in metropolitana, forse è meglio che prenda questa, o le rideranno tutti dietro, o peggio: verrà importunata. La prego, la prenda. La cartellina dovrebbe bastare a coprire il… tutto.” Concluse con un’aria ferma ma leggermente imbarazzata.

Anna avrebbe desiderato morire in quel momento: liquefarsi lì, in quell’ufficio, e scomparire per sempre. O meglio ancora: avrebbe voluto che la terra si aprisse e la inghiottisse senza pietà. Prese la cartellina azzurra senza dire nemmeno una parola. Aveva voglia di piangere. Era uscita di casa per un colloquio, si era preparata, aveva messo i migliori abiti, aveva curato il dettaglio, aveva fatto un pò di training autogeno in silenzio, in metro… e adesso andava via con le lacrime agli occhi. Aprì la porta e sparì, velocemente. Non disse un grazie e nemmeno un arrivederci al tizio che le aveva fatto il colloquio e che l’aveva umiliata. Sul treno, diretta al suo appartamento, ripensò alle sue parole: “dovrebbe bastare a coprire il… tutto“. Cosa aveva voluto insinuare? Voleva forse dire che la borsetta non bastava a coprirle il culone che si ritrovava? Che odio! Ma soprattutto, che tristezza. Si sentiva così fragile e insicura, dopo quello che era successo.

Aprì la porta del suo appartamento e si ritrovò davanti Alessandro, il suo compagno.

-“Ops. Stavo uscendo. Ciao amore!” La salutò con un bacio “Come è andato il colloquio?” Le chiese. Anna lo fulminò con lo sguardo.

-“Una merda!” Rispose, acida. “Guarda!” Si voltò, per fargli vedere lo strappo. Lui si mise a ridere.

-“Come è successo?” Le domandò.

-“Mi sono seduta! Mi sono semplicemente seduta! Questa gonna mi va stretta. E non ridere!” Urlò lei, isterica. Lui la portò dentro casa e chiuse per un momento la porta d’ingresso. L’abbracciò.

-“Amore mio, tranquilla. Domani andiamo a comprare una gonna nuova, che problema c’è? Forza, il prossimo colloquio andrà meglio, tesoro mio.” Cercò di tranquillizzarla. Lei lo squadrò da capo a piedi.

-“Dove stai andando?” Gli chiese.

-“Al lavoro. Oggi ho il turno serale, non ricordi? E, a proposito, devo proprio andare.” Rispose Alessandro, sorridendole. -“Ah, dimenticavo: in cucina c’è Rossana. Era un pò in anticipo e l’ho fatta entrare, le ho offerto un caffè, ma lei ha voluto il prosecco… Comunque, ti sta aspettando di là” La avvertì. Rossana era una delle migliori amiche di Anna. Portavano all’incirca la stessa taglia e amavano le stesse cose. Erano sulla stessa lunghezza d’onda, ma soprattutto, il loro pezzo forte, erano le serate tra donne a base di alcool, film romantici e manicure. Proprio quello che avevano in programma per quella sera, dato che Alessandro aveva il turno serale.

-“Oh cacchio, Ros! Me ne ero completamente dimenticata! Non ho preso il vino!” Urlò Anna. Ale le fece un occhiolino.

-“Non preoccuparti, credo che ci abbia pensato lei. E’ venuta con tre bottiglie! Ma cosa fate quando non ci sono?”

-“Niente amore, niente. Non ti preoccupare, corri al lavoro. Ti amo. Ci vediamo più tardi.”

I due si salutarono, e Anna si incamminò in cucina, verso la sua cara amica Ros che l’aspettava, già brilla.

– “Ros, credo di essere ubriaca…” Mugolò Anna in direzione dell’amica, circa un’ora dopo l’uscita di Alessandro.

– “Era proprio quello che ti ci voleva, cara, dopo la giornata che hai avuto. Avresti dovuto andarci in jeans al colloquio, lo sai che lo stile informale è tornato di moda, no?!

Rossana era la migliore amica di Anna ed era una pazza scatenata: capelli rosso fuoco, cortissimi, una personalità vulcanica e, nonostante i chili di troppo, una grande sicurezza e un uomo a sera. Anna l’aveva sempre stimata, un pò invidiava la sua sicurezza e si chiedeva perchè mai lei stessa non ne fosse dotata.

– “Tu non hai idea di come mi ha guardata! Non hai idea di come mi sono sentita! Quel suo sguardo così commiserevole e l’enorme strappo sulla mia gonna… Oddio! E poi alla fermata della metro un tizio mi ha urlato dietro “ti è esplosa la gonna?” . Oh, santo cielo, che odio!” Urlò la ragazza. Ros le riempì il bicchiere.

– “Anna, diciamoci la verità: hai un ragazzo stupendo che ti adora, sei intelligente, sei laureata con il massimo dei voti… Non ti manca nulla! E’ stata solo una giornata storta, non prendertela troppo.

Anna si fece seria.

– “Io lo desideravo, quel lavoro. Ne avevo bisogno. Dalla laurea, è Ale che mi mantiene ed io non posso permetterlo ancora. Ho bisogno di trovare un buon impiego, ma non voglio finire per accontentarmi e andare a lavorare in un call center.

Lo so, cara. Ma era solo il tuo primo colloquio. Vedrai che la prossima volta andrà meglio

Anna sbuffò. Era facile parlare per Ros, lei era una piccola imprenditrice, aveva un’aziendina tutta sua con un’unica dipendente: se stessa. Andava a casa delle casalinghe annoiate, su appuntamento, a vendere sex toys e teneva presentazioni in merito agli ultimi ritrovati nel campo della stimolazione del piacere. Anna arrossiva ogni volta che l’amica gliene parlava. Inoltre, la ragazza non era sicura che sarebbe riuscita ad ottenere un altro colloquio tanto presto e non aveva idea di come uscire da quella situazione.

Guardarono un film con Johnny Depp e scolarono tutto il vino rimasto.

Il giorno dopo Anna si svegliò con un mal di testa incredibile e tanta voglia di piangere.

Non poteva sapere che quella sarebbe stata la giornata che le avrebbe cambiato per sempre la vita.

 

Capitolo II – Le Cose Cambiano

Rossana aveva lasciato casa sua verso mezzanotte, facendosi venire a prendere da un tizio con la barba e il capello lungo. Anna l’aveva guardata dalla finestra salire in macchina e farle un occhiolino malizioso.
Alessandro era rientrato tardi dopo il suo turno di lavoro e l’aveva trovata a faccia in giù, in mutande, al centro del letto, completamente spaparanzata, con il cuscino leggermente sbavato e puzzolente di vino.

La donna perfetta.

Quella mattina, Anna e il suo mal di testa da dopo sbornia, si infilarono sotto la doccia e aprirono il rubinetto dell’acqua calda al massimo. “Santo cielo come sto male” pensò la ragazza mentre si massaggiava le tempie con le dita piene di shampoo, “non ho più l’età per certe cose. Ros mi devasta, cavoli. E intanto sono sempre senza un lavoro, grassa e con la mia gonna preferita con un enorme buco al centro!“. Una lacrimuccia le scese lungo la guancia ma si mescolò subito con il getto della doccia, sparato sul suo viso. La sua mano scivolò lenta sulla sua pelle, arrivando al rotolino di ciccia sul fianco e poi alla pancia, cadente, in avanti.
Anna ripensò alla tipa che aveva visto al colloquio di lavoro, quella bella e sicura di sè, quella che emanava la luce della sicurezza interiore: bella all’inverosimile. Perchè non poteva essere così?! Perchè madre natura non le aveva dato l’altezza e la magrezza?! Perchè qualcuno nasce in un modo, e qualcun altro no?! Perchè?! Lei era sempre stata paffuta, sin dalla nascita, non era proprio destinata a diventare una ragazza magra.

Uscì dalla doccia con il morale sotto ai piedi e si avvolse nell’accappatoio. Rimase mortificata nel constatare che, quel dannato coso, non riusciva a chiudersi per bene all’altezza del seno e dei fianchi, lasciandola praticamente mezza nuda. “Devo decidermi a comprarne un altro” Pensò, depressa.
Anna credeva fermamente che le cose negative che le capitavano, giorno per giorno, fossero strettamente connesse al suo aspetto fisico e al suo corpo sbagliato. Pensava che le altre persone, in lei e di lei, non vedessero altro che la ciccia. D’altronde suo padre gliel’aveva ripetuto spesso, in passato, che se non fosse dimagrita, non avrebbe mai trovato un uomo, nessuno l’avrebbe mai amata, gli altri l’avrebbero sempre e solo vista come una cicciona. E invece no. Invece quelle frasi era almeno riuscita a smentirle. Quando aveva incontrato Alessandro non le pareva vero che un uomo le si rivolgesse in quella maniera tanto gentile, pareva proprio stesse parlando con lei e non con la sua ciccia. Ma, pensava Anna, in fondo c’è sempre l’eccezione che conferma la regola, no?! “Sono una cicciona e resto tale. Nessuno mi vorrà mai, nè come donna, nè per un lavoro“.

Dopo essersi asciugata, andò in cucina a fare colazione. Oltre al mal di testa, aveva un bruciore di stomaco insopportabile. Accese il telefono e le arrivò immediatamente un messaggio su Whatsapp: “adoro l’uomo con la barba! Dopo si è anche fatto fare le trecce ai capelli!” Era Ros. Anna rise, mentre leggeva, immaginandosi il tipo barbuto con le treccine e Ros tutta contenta ed eccitata, quasi si stranì che non gli avesse scattato una foto. Ma dopo pochi secondi, ecco di nuovo il suono del telefono e, puntuale, una foto inquietante di un uomo adulto coi capelli di bambina e la barba, palesarsi davanti a lei. “Grazie Ros, questa immagine mi rimarrà impressa tutto il giorno, per colpa tua” Rispose, sorrise e mise via il telefono.
Si preparò un caffè macchiato e colse l’occasione per mangiucchiare un bel cornetto confezionato, sperava la placasse l’acidità. Alessandro dormiva sereno nell’altra stanza, non si sarebbe svegliato per il momento.
Anna sospirò, davanti alla sua tazzina, pensando che adesso, in ogni altra parte del mondo, c’erano persone intente ad andare al lavoro, immerse nella frenesia folle della corsa quotidiana verso il proprio impiego, piene di energia e voglia di fare, dinamiche ed entusiaste, pronte a fare la differenza nel mondo. Lei invece era lì, statica, solo una tazza e i messaggi di un’amica che di sicuro viveva molte più avventure di lei, a farle compagnia.
Vorrei un segno. Un miracolo. Vorrei che qualcosa cambiasse” Pensò, sconfortata. In quel momento, sentì il suono di un altro messaggio provenire dal telefono.
Chissà cosa avrà combinato adesso” Pensò, in riferimento a Rossana, aspettandosi qualche altra foto strana, impugnando il cellulare. E invece non si trattava dell’amica. Era un messaggio del suo gestore telefonico che la informava di una chiamata persa. Forse nel punto in cui l’aveva lasciato, il telefono non prendeva. Qualcuno aveva provato a chiamarla. Proprio mentre era intenta a cercare di capire di chi fosse il numero in questione, il telefonino iniziò a squillarle in mano. Per poco non lo lasciò cadere, tanta fu la sorpresa. Era lo stesso numero e la stava richiamando. Rispose con titubanza.
– “Salve, è la Signorina Tessi?! Anna Tessi?” Una voce di donna.
– “Si… Salve, sono io
-“La chiamo per conto del Dott. Ripa” Il Dott.Ripa era il giovane uomo delle risorse umane con cui Anna aveva fatto il colloquio, e anche una pessima figura. Le tremarono le gambe al solo pensiero.
– “… Mi dica
– “Il Dottore vorrebbe incontrarla nuovamente per un secondo colloquio, è possibile per Lei, oggi alle quattro?
– “Un secondo colloquio? Credevo… Io pensavo… Cioè… Si, certo! Alle quattro. Ci sarò
Mise giù il telefono con il cuore il gola. Un nuovo colloquio?! Cioè non era stata scartata immediatamente, lasciando il campo libero alla stangona?! C’era ancora una possibilità?!
Corse in camera da letto, in preda all’euforia, spalancando le tende.
– “Ale! Ale! Vogliono rivedermi!” Urlava.
Alessandro mugugnò qualcosa di incomprensibile e si rigirò nel letto, dandosi una grattatina al sedere.
– “No, Ale, sveglia, ascolta! Mi hanno chiamata per un secondo colloquio! E’ fantastico!
– “Mmmmmmh… brava amore, sei bravissima. Lasciamo dormire però, eh.
Anna si arrese e uscì dalla stanza continuando a volteggiare a mezz’aria. Ma subito un nuovo problema le balenò in testa in men che non si dica. “Oddio, la gonna è da buttare. Cosa diamine mi metto?!

Oltrepassando le porte dell’azienda, si rese conto di avere dei preoccupanti tremolii alle mani. Era agitatissima ma non voleva darlo troppo a vedere. Cercò di darsi una calmata e, a passo svelto, arrivò all’ascensore. Aveva frugato nel suo armadio per tutto il giorno per trovare qualcosa di adeguato alla circostanza. Alla fine, disperata, aveva chiamato Ross, e si era fatta portare un pò di cose dal suo guardaroba. Ma l’amica aveva uno stile piuttosto bizzarro e le cose non erano andate proprio come previsto. “Avevi detto che mi avresti portato un tubino nero!” Aveva urlato Anna. “Eh, e questo cos’è?!” Aveva ribattuto Ross. “Ma ha due enormi fiocchi rossi sul fondoschiena! Non posso andarci così!” Aveva dunque esclamato l’altra, e così via… Alla fine Anna aveva indossato un semplice pantalone nero, neppure tanto elegante, con la stessa giacca del tailleur della volta precedente.

Era completamente vestita di nero.

La segretaria la salutò con fare distratto e, dopo pochi minuti, la fece entrare. Lui la stava aspettando.
– “Salve” La salutò, aveva un mezzo sorrisetto ironico stampato sul volto. Lei arrossì, memore della volta precedente.
– “Salve, è un piacere rivederla. Le ho portato questa.” Anna mise sulla scrivania la cartellina azzurra che lui le aveva donato per coprire le sue vergogne.
– “Ah, grazie. Poteva tenerla.” Rispose il Dott. Ripa
– “Ho preferito restituirla” Ribattè lei, con un inaspettato, anche per se stessa, tono di sfida.
– “Bene, dunque…” Esordì quindi l’uomo, tornando a sedere dopo la stretta di mano.
– “L’ho fatta richiamare perchè il suo modo di fare mi ha colpito. E’ stata brillante durante il colloquio e sembrava sicura di sè, nonostante quello che… beh, quello che era capitato alla sua gonna. Ho apprezzato il suo sangue freddo. Vuol dire che sa lavorare bene sotto pressione, che mantiene la calma.
Anna pensò che il tizio non aveva idea di quanto si stesse sbagliando. Dentro di sè era un cumulo di insicurezza e paure. E quel giorno in particolare avrebbe voluto sprofondare.
– “Signorina Tessi, avrei solo un’altra domanda per Lei
– “Mi dica pure” Anna sorrise.
– “Sarebbe disponibile per un trasferimento immediato?
Anna rimase stordita per qualche secondo. Trasferimento immediato?! Dove?! Quando?! Perchè?!
– “Ehm… io, non so. Per il momento, è una possibilità che non ho ancora preso in considerazione”
Il Dott. Ripa incrociò le braccia e si sistemò meglio sulla sedia, fissandola.
– “Ma… il posto, non era qui, in questa sede?” Chiese quindi Anna.
– “Il posto di cui parla è già stato assegnato. Purtroppo c’è stato qualcuno che ha fatto meglio di Lei. Però, come Le dicevo, qualcosa mi ha colpito… E ci sarebbe un buco da riempire...”
– “E questo buco, precisamente, dove sarebbe?

Quando la ragazza oltrepassò nuovamente le porte dell’azienda, questa volta per uscirne, si rese conto di non avere più i tremolii alle mani che aveva avuto all’inizio. Questa volta sentiva una potente oppressione all’altezza del petto e, per un attimo, pensò che le stesse per venire un infarto. O forse era solo angoscia… Fece qualche metro lungo il marciapiede, poi fu costretta a fermarsi e a respirare lentamente. In fine, riuscì a riprendersi e a trascinarsi fino al tunnel della metro più vicino, ma non appena arrivò il treno, portando con sè una potente ondata di aria calda che sapeva di ferro e corpi sudati, corse in un angolo vicino alle scale e vomitò rovinosamente.
Beh, com’è andata?” Messaggio di Ross. Un nuovo conato.
Anna si ritrovò su una panchina, vicino ad un parco giochi. Aveva deciso di risalire in superficie per prendere un pò di aria fresca. Pensò alla conversazione che aveva appena avuto con il tipo delle risorse umane e quasi le venne voglia di vomitare di nuovo. Voleva mandarla all’altro capo del mondo, lontana dalla sua città e da tutti quelli che le volevano bene, lontana da Alessandro, lontana da Ross, lontana dalla realtà che conosceva e con cui aveva imparato a convivere. Sarebbe stato piuttosto facile per lei, così ancorata alle abitudini e alla rassicurante monotonia quotidiana, dare una risposta negativa, se non fosse che il tizio le aveva offerto il lavoro dei suoi sogni.
Prese il cellulare e scrisse un messaggio a Ross: “Ross, mi hanno offerto un posto come responsabile risorse umane – stipendo WOW – c’è un unico problema: mi devo trasferire lontano
lontano quanto?
lontano, lontano :(”
e tu cosa hai detto?
La cosa che, più di tutte, aveva sorpreso e stordito Anna però, non era stata la proposta lavorativa, nè la lontananza, ma tutta la serie di emozioni che la cosa aveva provocato in lei. All’inizio paura, poi però, dopo qualche secondo, una bomba di emozioni le era esplosa in corpo. Uno scenario di infinite possibilità si era palesato davanti ai suoi occhi, inclusa quella di una nuova vita: eccitante, ricca di avventure, con un lavoro appagante e, senza neppure rendersene conto, le sue labbra si erano schiuse e avevano pronunciato le parole “accetto!” forse anche con un pò troppo entusiasmo rispetto a quel che ci si sarebbe potuto aspettare da lei.
Che cosa aveva fatto?! Cosa aveva combinato?! Aveva accettato un lavoro in un posto lontano senza neppure parlarne con Ale, era forse impazzita?! Subito un bruciante senso di colpa si era impossessato di lei, mentre il Dott. Ripa sorrideva soddisfatto e le faceva firmare il suo contratto. Le aveva parlato della possibilità di fare carriera, di un percorso in ascesa all’interno dell’azienda. Le aveva detto che qualche sacrificio era normale, all’inizio, ma che non se ne sarebbe pentita.
Ok, niente panico“. Pensò Anna, guardando un bambino scivolare su un enorme scivolo giallo, “posso sempre rifiutare, finchè non parto non è reale, posso strappare il contratto, posso tirarmi indietro… Non sarà il massimo, ma posso farlo.” Il punto era che Anna non ne aveva alcuna intenzione. Oltre a tutti i sentimenti negativi: il senso di colpa, la paura, ecc… c’era qualcosa di positivo che bruciava dentro di lei. Anzitutto l’avevano scelta, avevano scelto lei! Alla fine, la gonna, le aveva portato fortuna, le aveva dato modo di mostrarsi sicura e competente. E poi c’era tutta quella parte relativa all’avventura, alla novità, alla sfida di ricominciare, una circostanza in cui non si sarebbe mai immaginata, eppure… eccola là.
Non rispose all’ultimo messaggio di Ross, ma si incamminò di nuovo verso la metro, più calma e meno incline a vomitare tutto in giro.
Alessandro era a casa, la stava aspettando. Non vedeva l’ora di sapere come era andato il secondo colloquio.
Anna rimase dietro la porta di casa almeno tre minuti buoni, prima di decidersi ad aprire la serratura.
-“Amore! Sei tornata! Allora?” Ale l’accolse così, entusiasta come sempre, bello come il sole, con quel suo sorriso aperto e sincero, alzandosi dal divano.
Cacchio.
Anna invece aveva una faccia serissima, da funerale. Sapeva che l’avrebbe ferito a morte, sapeva che il suo comportamento era stato estremamente scorretto, sapeva di essere stata una grande egoista, sapeva che si sarebbe dovuta battere per ciò che desiderava. Ma, d’altronde, Anna aveva passato tutta la sua vita ad accontentarsi, credendo sempre di non essere abbastanza, di non meritare nulla di più. E invece qualcosa di più era arrivato.
– “E’ andata male, amore mio?!” Chiese quindi Alessandro, vedendo la sua faccia.
– “Ale…” Il suo nome le uscì con un sussurro flebile. Si schiarì la voce. “Ale…” Riprovò.
Mi hanno offerto un posto come human resources manager a Dublino, in Irlanda” Disse poi, diretta, tutto d’un fiato. Lui si bloccò e rimase fermo, come una statua di ghiaccio, per qualche secondo.
Anna stava aspettando che Alessandro realizzasse e iniziasse a dissuaderla, promettendole che ci sarebbero state altre opportunità. Invece lui rimase in silenzio e tornò a sedersi, si prese ancora qualche secondo di silenzio, poi le disse: – “Dovresti accettare. Penso che dovresti andare, amore. E’ un’occasione bellissima.
Come?! Anna era disorientata.
-“Come hai detto?” Chiese.
– “Dico che dovresti farlo. Io ti amo, Anna. Ti amo tanto, ma questa è un’occasione che tu non puoi perdere.
Invece di sentirsi sollevata, d’un tratto Anna si sentì indignata e offesa. Era pronta ad affrontare un litigio in piena regola, era pronta a sentire le grida, ad essere accusata di pensare solo a sè stessa, era pronta a ribattere e poi a sentirsi una merda, in quest’ordine. Era pronta. Ed era certa che Alessandro ne avrebbe fatto un dramma. Insomma, stavano insieme da tanto tempo, si amavano alla follia, non potevano vivere l’uno senza l’altro… no?! Alessandro avrebbe dovuto lottare per tenerla vicino a sè. O forse non era questo ciò che lui desiderava?!
– “Ma è praticamente in capo al mondo. Non ci vedremmo più!” Rispose lei.
– “Adesso non esagerare, con l’aereo sono un paio d’ore, non è mica in America! Lo affronteremo e lo supereremo” Disse quindi lui.
– “Dovrei partire tra una settimana” Chiarì Anna. Lui le prese le mani.
– “Ce la faremo, ce la farai
Un moto di rabbia totalmente ingiustificata fece trasalire la ragazza.
– “Quindi è così che mi liquidi?” Urlò. “Sembra quasi che ti faccia piacere… Come puoi dire vai? Come puoi? E il nostro futuro? Tu lavori qui, hai un buon lavoro, io potrei fare carriera altrove… e poi?
Alessandro sembrava confuso.
-“Ma questo lavoro non è ciò che desideri?” Le chiese.
Anna era scura in volto. “E’ ciò che desidero” Affermò, cupa. Una lacrima le stava rigando il viso.
-“Scusa, ho bisogno di aria” Così dicendo, Anna uscì nuovamente dall’appartamento e si lasciò andare ai singhiozzi, una volta in strada. Mandò un messaggio a Ross: “I need you” Le scrisse e l’amica, dopo pochi minuti, si presentò sotto la sua porta, era in macchina col tipo con la barba.
– “Sali” Le disse, ed Anna obbedì. Il tizio con la barba, che per fortuna non portava più le treccine, le lasciò a casa di Rossana e se ne andò. Ross preparò un caffè. Anna continuava a piangere a singhiozzi.

– “Non ho mai fatto qualcosa per me” Affermò. Si era un pò calmata, e stava spiegando a Ross tutto quello che stava accadendo dentro di lei. Il suo telefono squillò per l’ennesima volta: era Ale. Lei lo spense.
– “Io… ho sempre ascoltato mio padre: lui mi diceva che dovevo dimagrire, che non valevo niente, che non sarei diventata una donna attraente… Mi ha fatto credere di non valere nulla. E invece io mi sono tanto impegnata, nello studio, per migliorare me stessa. Certo, sono grassa, ma questo non mi ha impedito di ottenere questa fantastica offerta di lavoro! Cioè, voglio dire: chissà quante altre cose potrei fare, che non ho mai fatto… per paura.
– “Non devi prendertela con Ale” Le disse Ross.
– “Lui mi ha spiazzata! Quale ragazzo direbbe “vai!” senza batter ciglio?! Uno che vuole liberarsi di te, è ovvio!
– “O magari uno che ti ama così tanto da mettere da parte le proprie egoistiche paure per fare in modo che tu abbia ciò che realmente desideri. Magari ti conosce meglio di quanto credi.
Anna riprese a singhiozzare. “Posso rimanere qui, stanotte?” Chiese all’amica. Ross annuì e l’abbraccio così forte che Anna pensò che le avrebbe spezzato le ossa.

La mattina dopo, Alessandro si presentò dietro la porta di Ross.
-“Anna dorme” Gli disse l’amica. “ha avuto una nottata abbastanza insonne” Aggiunse. “Entra”
-“Non capisco cosa sia successo ieri” Ammise lui. “E’andata via come una furia, ho visto dalla finestra che eri venuta tu a prenderla, ho immaginato fosse qui.
-“Beh, sai… è stato difficile per lei, in fondo è ciò che desidera. Si è resa conto che può ottenere quello che vuole, secondo me non se l’aspettava, la cosa l’ha sorpresa ma l’ha anche emozionata, per questo ha accettato immediatamente.” Disse Ross.
Alessandrò metabolizzò la frase della ragazza.
– “Cosa intendi dire con “ha accettato immediatamente”?” Chiese poi.
– “Che ha firmato il contratto senza neppure rifletterci seriamente” Chiarì Ross.
– “Cioè, ieri, lei aveva già firmato, senza neppure parlarne con me?” Indagò il ragazzo.
Ross impallidì: “Oh cacchio, vuoi dire che… non lo sapevi? Non te l’ha detto? Oh, dannazione, la mia fottuta boccaccia! Cacchio! Cacchio! Cacchio!
Alessandro sembrava stare montando la rabbia.
-“Ma cosa le è saltato in mente?! Senza neppure consultarmi?! Ok, è la sua vita. Ok, è il suo lavoro. Ok, ma io sono il suo ragazzo, non conto proprio un cazzo, per lei? E poi si arrabbia se le dico di andare! E’ assurdo, è follia!” Urlò.
-“Ale, facciamo finta che non ti ho detto niente, ok? Oh my God, Anna mi ucciderà!” Esclamò Rossana, in preda al panico.
Con tutto quell’urlare, Anna si svegliò giusto in tempo per ascoltare l’ultima frase del suo adorato Alessandro:
-“Non posso credere che si sia comportata in questo modo, se vuole andarsene così tanto, andasse! Nessuno la trattiene, qui!
Poi sentì la porta sbattere, e la sua amica urlare qualcosa del tipo “aspetta, forse mi sono sbagliata“.
Si trascinò fino all’ingresso, avvolta nel pigiama di Ross.
-“Cosa sta succedendo, qui?” Chiese. L’amica sembrava in seria difficoltà.
– “Mi ucciderai. Lo so che mi ucciderai.” Esordì “E ti dico anche che faresti benissimo ad uccidermi. Anzi, è un tuo diritto! Tu DEVI uccidermi!
Anna ricordava di aver visto Ross in quelle condizioni di panico soltanto una volta, durante la loro lunga amicizia, ovvero quando aveva guidato l’auto di sua madre e si era andata a schiantare contro un cartellone pubblicitario, distruggendola. Doveva essere accaduto qualcosa di grosso.
– “Mi stai spaventando” Comunicò all’amica. “Ma c’era qui Ale?” Aggiunse.
Rossana si era portata le mani in testa e si agitava come un’ossessa per tutto l’ingresso dell’appartamento.
-“Anna… Anna!” Diceva.
-“Si… è il mio nome. Ora mi dici che cacchio succede?
-“Anna, ho fatto un casino! Ho fatto un casino! Ma io credevo… cioè, pensavo che tu gliel’avessi detto. Non pensavo di non doverlo dire, credevo fossi stata sincera con lui, ma non l’ho fatto apposta… Oh, no, è terribile!
-“Ross, che cos’hai detto, di preciso?
-“Gli ho detto che hai firmato. Che avevi già firmato, prima di parlare con lui. Gli ho detto la verità! Ma che ne potevo sapere, io?! Ieri eri così agitata, non mi hai fatto capire molto! Oh, no! Scusami! Scusami, ti prego! Anzi no: uccidimi! Uccidimi, ti prego, me lo merito!
Anna guardò l’amica con apprensione:
-“Si è arrabbiato molto?” Chiese, calma.
-“Abbastanza… Anna, perdonami!” Anna alzò una mano per far segno all’amica di tacere, stava facendo anche troppo baccano per i suoi gusti. Ormai, quel che era fatto, era fatto. Doveva andare a parlare con Ale. Ma il peggio era che non ne aveva voglia, era ancora arrabbiata con lui, anche se in cuor suo sapeva benissimo di non averne alcun diritto.
-“Devo iniziare a pensare alla partenza, ho tante cose da fare, da procurarmi, da mettere a posto…” Disse quindi la ragazza, con voce assorta.
-“Ma… Ale? Come hai intenzione di comportarti con lui?” Chiese l’amica.
-“Non lo so. Devo prima calmarmi, pensare e mettere ordine nella mia testa, poi potrò parlare con lui e dirgli quello che provo
-“… e scusarti” Aggiunse Ross, timidamente.
-“…Si, e scusarmi” Confermò quindi Anna, pensando che in fin dei conti aveva agito secondo quello che sentiva dentro e ne era felice. Qualcosa, dentro di lei, stava cambiando.

Erano trascorsi tre giorni e Anna aveva fatto un pò di acquisti, aveva provato a cercare un appartamento a Dublino, su internet, e aveva avuto modo di pensare un pò e riflettere.
Alessandro non si era fatto vivo neppure una volta. Lei lo immaginava a casa, nella loro casa, in preda a sofferenze inaudite a fissare il telefono, in attesa di una sua chiamata. Ma forse era così solo nella sua testa.
Prese il telefono di Ross, che pazientemente e da brava amica, aveva continuato ad ospitarla, e digitò il numero di casa sua.
-“Pronto?” La voce calda di Ale.
-“Ale… sono io.” Disse quindi lei. Un momento di silenzio all’altro capo del cavo.
-“Che cosa vuoi?” La voce del ragazzo trasudava rabbia.
-“Voglio parlare con te e chiarire, prima di partire” Rispose lei.
Si videro in un bar, Anna voleva un luogo neutrale e dove non si potesse urlare più di tanto.
-“Mi sono chiesto cosa ho rappresentato per te in tutti questi anni” Disse lui, lo sguardo fisso e quasi inanimato.
-“L’amore della mia vita” Confessò lei. Lui la guardò negli occhi, come per scrutarle a fondo nell’anima e capire se quell’affermazione avesse qualcosa di vero. Lei ebbe una feroce stretta al cuore e tutte le convinzioni dei giorni precedenti vacillarono pericolosamente. Desiderò che nulla fosse accaduto, neppure l’importante offerta di lavoro.
-“Ti amo” Rincarò.
-“Sento che c’è un però” Aggiunse quindi lui, consapevole.
-“E’successa questa cosa, così inaspettata, così grossa! Ed io… non me l’aspettavo ed ho reagito istintivamente, e non volevo ferirti, te lo giuro.” Disse Anna.
-“Perchè ti sei arrabbiata così tanto quando ti ho detto di partire liberamente, allora?” Chiese Alessandro.
-“Credevo ti saresti arrabbiato, avresti dato di matto, avresti fatto di tutto per trattenermi qui… invece non l’hai fatto. Mi sono chiesta quanto sono importante per te
Lui rise, una risata triste e amara che nulla aveva a che fare col suo solito bel sorriso sincero.
-“Io non voglio trattenerti. Non lo voglio fare, perchè penso che potrei toglierti qualcosa di importante. Penso che ti meriti questa possibilità e, diosanto, ti amo, voglio solo il meglio per te” Disse esasperato.
Anna abbassò lo sguardo, vergognandosi di sè e della sua reazione spropositata.
-“Ti amo” Gli disse, di nuovo, con gli occhi lucidi.
– “Ti amo anch’io” Rispose quindi lui, sfiorandole una mano, sul tavolo.
-“E adesso?” Chiese Anna, con una tristezza che pesava come un mattone sul cuore. Non aveva mai creduto alle storie a distanza.
-“Adesso andiamo a casa“.

Tornarono nel loro appartamento e fecero l’amore. Alessandro fu dolcissimo e premuroso e, tra le sue braccia, lei si dimenticò del disagio che le procurava di solito il suo corpo burroso e si lasciò andare completamente, senza riserve.
Quando ebbero finito, tornarono rovinosamente alla realtà.
-“Devo organizzare tante cose prima della partenza” Disse Anna.
-“Ti aiuterò” Si offrì quindi lui. Lei si avvicinò al suo petto, ancora nudo.
-“Non voglio lasciarti!” Urlò, lasciandosi andare ad un pianto disperato, tra le sue braccia.
– “Tutto si sistemerà, non puoi sapere come andranno le cose…” La consolò lui, accarezzandole la testa.
Lei riemerse dal suo petto singhiozzando e lo guardò con gli occhi pieni di lacrime:
-“Le cose cambieranno” Sentenziò.

 

Capitolo III – La Partenza

L’alba fu densa di preparativi, aspettative ed emozioni: la paura mista ad eccitazione, l’infinita tristezza del dover dire addio contrapposta all’enorme gioia dell’andare incontro al proprio destino, l’amore verso Ale e l’odio verso sè stessa che era pronta ad andare via da lui.
Nel semplice gesto di tirare sù la cerniera dei suoi stivaletti alla caviglia, Anna si sentì all’improvviso già diversa, come se quella fosse la scena iniziale di un film di cui era la protagonista, pronta ad uscire di casa e a vivere mille avventure nel mondo.

Lui l’accompagnò in aeroporto, dove si fece trovare anche Ross, accompagnata dal tipo con la barba. L’addio fu straziante: Alessandro la strinse forte, quasi a non volerla più lasciare andare, lei ricambiò la stretta, ma si rese conto che era debole, poco convinta.
La sua mente era già altrove.
Ross le stampò un bacio sulla guancia e le pizzicò il sedere:
-“Vai e spacca tutto!” Le disse, facendole l’occhiolino.
– “Verrò a trovarti molto spesso” Aggiunse.
Poi arrivò il momento di andare, prendere in mano da sola il peso delle sue valigie, e attraversare i controlli dell’aeroporto per entrare nella zona delle partenze e dirigersi, in fine, al gate.
Un brivido le percorse la schiena quando si rese conto che, nell’istante esatto in cui girò le spalle al suo fidanzato e alla sua amica di sempre, non provò nulla. Nulla di ciò che si sarebbe aspettata: niente sconforto, niente vuoto, niente panico. Solo euforia. Fu come, tutto d’un tratto, se non fossero mai esistiti. E questa cosa la turbò, che razza di persona era?!
In realtà Anna aveva vissuto per la maggior parte della sua vita nell’insicurezza più totale. La colpa era del suo peso, pensava spesso lei, del suo corpo poco armonioso e per nulla snello. La colpa era di quelle cosce enormi e di quella pancia che non era mai stata piatta come quella delle sue amiche, nemmeno da ragazzina. Anna aveva sempre vissuto trattenendosi. Cercava di non andare in piscina a nuotare, perchè l’avrebbero presa in giro per via del suo aspetto, evitava la discoteca perchè non voleva che la vedessero ballare come un “ippopotamo in tutù”, cercava di vestire sempre di nero, perchè il nero, si sa, sfina. Nella sua testa però, o quando nessuno la vedeva, Anna adorava l’acqua, ballava da sola nella sua stanza, e adorava i colori sgargianti!
Una vita da spettatrice, era la sua. Mai protagonista, sempre dietro le quinte. Eppure adesso era cambiato qualcosa. Da quando il responsabile delle risorse umane le aveva comunicato del nuovo lavoro, era scattato qualcosa dentro di lei. Si era sentita finalmente protagonista. Proprio come in questo momento, all’aeroporto. Protagonista del suo film.
Chissà quante cose la attendevano.

Sul volo ripensò alla sua storia con Ale. Pensò al fatto che subito si era accorta che lui la guardava con occhi diversi, rispetto agli altri. Molti uomini neppure la prendevano in considerazione a causa dei suoi chili di troppo, non la guardavano con lo stesso sguardo di Ale, anzi: non la guardavano proprio! Lui le aveva sempre detto di essersi innamorato della sua dolcezza, ma… se si fosse innamorato invece della sua fragilità?! Un pensiero meschino e terribile la accarezzò: e se Alessandro si fosse da sempre nutrito della sua insicurezza?! Se si fosse cullato sul fatto che Anna non avrebbe mai potuto avere, o anche solo desiderare, niente di meglio se non lui?! Le venne un terribile groppo in gola e chiese alla hostess un bicchier d’acqua. Doveva scacciare via quegli oscuri pensieri e concentrarsi su sè stessa e sul nuovo lavoro. Le nuvole, bianche e all’apparenza morbide come un enorme batuffolo di cotone, sfrecciavano
veloci sotto di lei segnando i chilometri in aumento, sancendo la separazione definitiva con una vecchia versione di sè.

Una volta in aeroporto, notò subito le scritte in Gaelico, la seconda, nonchè la più antica, lingua irlandese, oltre che, ovviamente, in inglese, e si sentì per un’istante sola e sperduta, spaesata, ma non si lasciò prendere dal panico, andò a ritirare il grosso trolley sul nastro e, alla fine, prese un taxi.

Non potè fare a meno di godersi il tragitto verso l’albergo, guardando fuori dal finestrino. Dublino: una città antica e moderna allo stesso tempo, ricca di storia e di tradizioni, di musica e folclore o almeno, così aveva letto su qualche guida turistica.

Quando era stata ospitata a casa di Ross, aveva avuto modo di cercarsi una sistemazione provvisoria su internet. Aveva preso una stanza in un appartamento poco distante dal centro, le avevano detto che le altre inquiline erano tutte donne e questo l’aveva, in qualche modo, rassicurata. Probabilmente si sarebbe trattato di una bettola ma, almeno per il periodo iniziale, si sarebbe dovuta accontentare.
Aveva preso accordi con una delle coinquiline che si sarebbe fatta trovare a casa per consegnarle le chiavi, il pagamento era invece stato effettuato in anticipo, direttamente al proprietario.
Il taxi si fermò delicatamente in una stradina secondaria dove c’erano una serie di villette con piccoli giardini privati. Anna scese esitante dall’auto e aspettò che il tassista le consegnasse il bagaglio.
Quando il taxi ripartì, lei estrasse il fogliettino con l’indirizzo dalla tasca e iniziò a cercare il numero civico. Le bastarono tre passi e si ritrovò davanti un graziosissimo portoncino color blu cobalto, intarsiato.
Come inizio non sembrava male, ma non voleva illudersi. Bussò al campanello e attese, impaziente di scoprire dove avrebbe abitato per i prossimi mesi.
Nessuna risposta.
Bussò nuovamente e si preparò mentalmente ad affrontare una conversazione in inglese.
Lo parlava discretamente, ma ultimamente era un pò fuori allenamento.
Finalmente qualcuno aprì la porta:
– “Salve!” Una ragazzona giunonica, nuda, con un asciugamano bianco avvolto attorno al corpo tatuato e una sgargiante chioma fucsia, la salutò nell’idioma locale.
-“Salve… io sono la nuova inquilina. Mi chiamo Anna, cerco Katy, abbiamo preso un appuntamento via e-mail” Disse Anna, incerta.
Forse aveva sbagliato casa.
La ragazza la squadrò per qualche secondo, poi esplose in un enorme sorriso ed esclamò:
-“Anna! Ma certo! Scusami, stavo asciugando i capelli e non ho sentito subito il campanello! Katy sono io, è un piacere conoscerti, accomodati.” Le strinse la mano e la fece entrare nel suo nuovo appartamento.
La casa si snodava su due piani, se ne accorse subito perchè una massiccia scalinata di legno faceva bella mostra di sè nel soggiorno.
Non era stato certo l’affitto basso a farla propendere per quella sistemazione, ma la disponibilità immediata, la posizione della casa e il fatto che dentro ci fossero solo donne. Il prezzo non era tra i più economici che aveva trovato sul mercato, ma ora ne capiva anche il perchè. L’appartamento era adorabile! Più che un appartamento, era una piccola villetta e, si accorse con meraviglia, aveva anche un piccolo giardino con un tavolino vintage, due sdraio e una casetta per gli uccelli. L’ambiente era abbastanza disordinato, pieno di roba colorata sparsa qua e là, ma nel suo disordine risultava quasi armonico, dinamico, vivo!
-“Ti faccio vedere la tua stanza” Katy le fece strada, sempre avvolta nell’asciugamano, scalza, senza farsi troppi problemi. Anna la seguì, assaporando ogni secondo. Le stanze erano al piano di sopra e, lungo il tragitto su per i gradini di legno, Katy recuperò un paio di mutandine appese al corrimano delle scale, rise:
– “Siamo un pò disordinate” Si giustificò.
Percorsero un corridoio abbastanza anonimo, diverso rispetto al piano di sotto, ed arrivarono all’ultima porta: la porta della sua stanza. Katy fece scivolare la mano sulla maniglia e le svelò quello che sarebbe stato il suo regno e il suo rifugio: una stanzetta con carta da parati a fiorellini rosa, dei mobiletti bianchi e senza pretese, ed una stupenda ed enorme finestra che dava sul giardino, dalla quale proveniva tanta luce che illuminava l’ambiente.
– “Il bagno è in comune, in corridoio, la seconda porta a destra” Le comunicò Katy.
– “Grazie, sono contenta di essere qui” Disse Anna, sincera, sorridendo. Si sentiva quasi volteggiare a mezz’aria, come se quello fosse solo un sogno e non la sua vita.
– “Sarai stanca del lungo viaggio. Posso offrirti una tazza di te, o… un pò d’acqua? Non abbiamo molto altro in casa, a dire il vero… a meno che tu non voglia un super alcolico, vuoi un super alcolico?” Chiese Katy, premurosa e molto stramba.
– “No, ti ringrazio tanto, ho la bottiglietta d’acqua dell’aeroporto. Penso che adesso mi farò una doccia” Rispose lei.
– “D’accordo, allora ti lascio ad ambientarti. Le altre adesso non ci sono, più tardi te le presenterò. Siamo felici di averti con noi. Benvenuta a Casa Cairdeas!” La salutò la bizzarra ragazza dai capelli fucsia, prima di dileguarsi.

Quando rimase sola nella sua stanza, Anna ebbe un sussulto di gioia, si guardò nuovamente intorno e sorrise, non poteva proprio smettere di farlo. Se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, si disse, allora la sua giornata era iniziata nel migliore dei modi possibili!

Quando uscì dalla doccia si rifugiò subito in camera sua, la casa era bellissima ma anche abbastanza fredda. Si asciugò e si pettinò con calma, poi venne distratta da un rumore sordo, incessante… proveniva dall’armadio. Incerta, si diresse verso il grazioso armadio a due ante, bianco, che si ergeva lungo la parete lunga della stanza. Il rumore continuava. Si chiese se non ci fosse un procione nell’armadio. In Irlanda c’erano i procioni?! Il rumore sembrava non darle tregua. Pareva una sorta di brontolio sommesso, anzi no… sembrava una sorta di vibrazione! Aprì l’armadio con un gesto rapido e si scansò, mettendosi al riparo, nel caso fosse saltato fuori qualche strano animale. Che stupida, ma certo! Era il suo telefonino che vibrava senza sosta. Appena arrivata, aveva buttato la sua borsa nell’armadio e non si era preoccupata di avvisare nessuno di essere arrivata a destinazione sana e salva, era troppo presa dagli eventi. Il telefono le mostrava trenta chiamate perse e cinque messaggi su WhatsApp.
Oddio, tanto valeva chiamare la polizia, o i pompieri, Santo Cielo! Una sensazione di angoscia le prese la bocca dello stomaco. Doveva chiamare Ale e Ross e dire che era andato tutto bene, che l’aereo era atterrato senza problemi e che era giunta a destinazione sana e salva, ma non ne aveva alcuna voglia. Si rendeva perfettamente conto che c’erano delle persone che tenevano a lei e che erano in ansia per lei, ma le sembravano già così lontane…
-“Ale, sono io” Disse, non appena lui aprì la conversazione.
-” Oh, grazie a dio! Dove ti eri cacciata?! Stavo iniziando a pensare che ti avessero rapita!” Urlò lui, per tutta risposta.
– “Va tutto bene. Ho fatto una doccia” Rispose lei, piatta.
– “Com’è lì? Com’è la casa? E’ stato difficile trovarla?” Chiese quindi lui.
La conversazione proseguì ancora per qualche minuto, poi lei gli disse di essere molto stanca e di voler riposare e si promisero di sentirsi il giorno seguente, dopo il lavoro.
Una volta chiusa la conversazione con Ale, Anna chiamò Ross.
-“Heilà, amica! Chi non muore… si risente!” Esordì la ragazza.
-“Ciao Ross, qui tutto bene, la casa è bellissima anche se un pò fredda” Raccontò lei.
-“Le coinquiline?! Simpatiche?” Chiese l’altra.
– “Beh, a dire il vero ne ho conosciuta solo una, Katy, quella con cui mi sono sentita via mail… Non so… sembra simpatica. Ha un colore di capelli che ti piacerebbe molto, penso”
Anche questa volta, Anna ci mise pochi minuti a tranquillizzare la persona con cui stava parlando e, anche se in questa seconda chiamata si lasciò andare a un pò più di dettagli e considerazioni, la conversazione terminò e lei si accinse ad asciugarsi i capelli e a fare il letto.
Una volta finito di sistemare le lenzuola, Anna si lasciò cadere sul materasso morbido, guardando il soffitto per qualche minuto. Era confusa. E pronta. Si sentiva pronta. Per cosa, esattamente, ancora non sapeva bene, ma sapeva di essere pronta a tutto ciò che la sua nuova vita avrebbe avuto da offrirle.
Così si alzò, pensò che era ancora primo pomeriggio e che non valeva la pena sprecare in camera il suo primo giorno a Dublino, anche se avrebbe dovuto riposare, il giorno seguente la aspettava il grande debutto, al lavoro. Ma riposare, e torcersi le mani per tutto il giorno, torturandosi e crogiolandosi nella sua insicurezza e nell’ansia del del nuovo lavoro era esattamente ciò che avrebbe fatto la vecchia Anna, perciò uscì dalla stanza.
Scese la massiccia scalinata di legno, decisa ad esplorare meglio la sua nuova casa. Sembrava un incrocio tra una casetta incantata abitata da gnomi, folletti e fate, e un bordello di periferia. Una stranissima combinazione, a dire il vero. La grande sala da giorno era arredata con vecchi divani ricoperti da vistose stampe floreali, ma su uno dei due era adagiato un enorme boa di piume viola. Le tende erano di velluto verde, pesanti e all’apparenza molto antiche e forse piene di polvere, evidentemente per proteggere le inquiline dagli spifferi provenienti dagli infissi di legno delle finestre, date le basse temperature che l’Irlanda poteva riservare loro, ma sopra ad alcune di loro era stata buttata una serie di lucine a forma di stella. La cucina aveva un’aria vissuta, ma era pulita e ordinata, a differenza degli altri ambienti, al centro c’era un massiccio e meraviglioso tavolo di quercia.
Non c’erano moltissime stanze, la villetta si rivelò accogliente e piccola quanto bastava. Dalla cucina, una portafinestra dava sul giardino. Anna fece scorrere la porta a vetro e venne subito investita da un’arietta frizzante, ritrovandosi all’aria aperta. Fece un passo verso la casetta degli uccelli, per esplorarla da vicino, ma sbattè la testa contro uno scaccia pensieri pieno di cristalli tintinnanti, che fecero un gran baccano. Si guardò intorno colpevole, come se potesse aver svegliato o disturbato qualcuno e solo in quel momento si rese conto di essere sola in casa, o almeno così pareva.
Katy doveva essere uscita e lei aveva tutta la privacy necessaria per esplorare senza occhi indiscreti.
Il giardino era grazioso e curato. Sul tavolino notò un posacenere con i resti di una canna.
Rientrò per via del troppo freddo ed esaminò meglio la cucina: non solo era ordinata e pulita quasi in modo maniacale, ma era anche piena di elettrodomestici di ultima generazione che prima non aveva notato. Aprì le dispense e scoprì un enorme quantità di cibo impilata ordinatamente ed etichettata. Poi notò una bottiglia di vino bianco, frizzantino, dal nome italiano. Pensò che, solo un momento prima, Katy le aveva offerto da bere, e aveva menzionato anche gli alcolici, quindi si sentì autorizzata a berne un pò. Era proprio ciò che ci voleva per distendere un pò i nervi e lasciarsi andare e, al contempo, festeggiare quel nuovo inizio. La bottiglia era chiusa e Anna si affrettò a cercare in giro un cavatappi aprendo vari cassetti. Pensò che se qualcuno avesse fatto storie, si sarebbe offerta di ricomprare la bottiglia e tutto si sarebbe risolto. Trovò anche un bel calice da vino, dunque stappò la bottiglia e si rilassò sul divano fiorato, sorseggiando a poco a poco il vino frizzante. Era una cosa che, a casa sua, non faceva mai. Tranne, naturalmente, quando era Ross a farla ubriacare.
Proprio mentre stava riflettendo sul fatto che quella nuova versione di sè sarebbe stata molto più “rock”, disinvolta e libera, sentì il rumore di una chiave inserita nella toppa della porta di ingresso. Si irrigidì per un secondo, poi pensò che la nuova Anna non doveva temere di conoscere gente nuova e così si alzò dal divano e si posizionò nell’ingresso, pronta a salutare e a presentarsi ad un’altra coinquilina.
La porta si aprì, rivelando una ragazza minuta, dai capelli corti, con un cappottino a quadretti e una grande sciarpa di lana avvolta attorno al collo. Era così piccina e dai lineamenti così delicati da sembrare una specie di folletto.
La ragazza si bloccò nell’ingresso, notando la presenza di Anna. La guardò prima in viso, poi il suo sguardo scese sulle mani e sul bicchiere che Anna stringeva ancora. In un lampo, gli occhi della ragazza guizzarono sul tavolino tra i due divani, dove era stata adagiata la bottiglia di vino, e di nuovo su Anna, questa volta con una strana espressione.
– “Dove hai preso quella bottiglia?” Le ringhiò contro la piccoletta, in un perfetto italiano madrelingua, senza neppure salutarla. Che aggressività!
Anna indietreggiò di un passo, presa alla sprovvista.
– “Oh, scusami, era forse la tua? Te la ricomprerò con piacere, non c’è problema. Avevo solo bisogno di bere qualcosa” Rispose. Ma l’attacco non cessò. La brunetta dalle sembianze di un folletto era più energica e determinata che mai.
– “Avevi bisogno di bere qualcosa?! E quindi tu arrivi a casa della gente, apri gli scaffali e ti appropri della roba altrui?! Non hai idea di quello che hai fatto!” Le urlò contro.
– “Non c’è bisogno di prendersela in questo modo, ho detto che te la ricompro! E, se volevi berla stasera, dimmi dove l’hai presa e andrò subito al negozio. Scusami, ero stanca e Katy aveva detto…”
– “Katy aveva detto cosa?! E’ impossibile che Katy ti abbia autorizzato ad aprire quella bottiglia, sa benissimo quanto vale! E no, razza di genio, non puoi andare al negozio a ricomprarmela, perchè viene dall’Italia, è di un’annata e di un vigneto speciali e, a meno che tu non possa teletrasportarti in Toscana in questo istante e non sia disposta a spendere una cifra a due zeri, dubito fortemente che potrai ricomprarmela! La prossima volta, evita di toccare le cose degli altri!” E, così dicendo, anzi urlando, la ragazza si diresse al piano di sopra, senza più degnarla di uno sguardo.
Anna si sentì una perfetta idiota, le salirono le lacrime agli occhi e d’improvviso, le passò la voglia di bere vino. Sentì una porta sbattere al piano di sopra.
Tentò di ricomporre la bottiglia, ci mise sopra il tappo di sughero, si ingegnò per farcelo entrare di nuovo e la rimise al suo posto. Lavò in fretta il calice nel lavandino. Poi, prese il cappotto, che aveva appeso all’attaccapanni nell’ingresso quando era arrivata, e uscì, un pò sconvolta.

Camminò velocemente, senza una meta precisa, nell’aria pungente, sotto il cielo d’irlanda. Era stata una stupida, si disse. Aveva già rovinato tutto con le nuove coinquiline. Però, diamine, per una bottiglia così pregiata, almeno appiccicarci sopra un pezzo di carta con la scritta: “non toccare” sarebbe stato d’obbligo!
Camminò per un pò, senza sapere dove stava andando, quando a un certo punto incontrò il fiume.
Tutte le insicurezze che si portava dentro le ripiombarono addosso come un macigno. Pensò ad Ale e alla sua amica Ross, pensò che avrebbe desiderato un abbraccio e una faccia amica.
Una comitiva di turisti le passò accanto e capì di essere, vicina al centro. La serata era calma e bella, il cielo era sereno e l’aria era fredda e ferma. Era nervosa, confusa e mortificata. Ecco che cosa succede a chi cerca di essere ciò che non è! Anche se tentava di scappare da sè stessa, lei era sempre Anna, la ragazza cicciottella, insicura e stupida, come suo padre amava tanto ripeterle. Decise di prendere la direzione opposta a quella dei turisti, non le andava di finire in mezzo a troppa gente. Camminò a lungo, a passo svelto, per schiarirsi le idee e sfogare un pò di ansia. Pensò al giorno seguente, al suo ingresso in azienda, al nuovo lavoro: era terrorizzata. Presa dai suoi pensieri, Anna non si accorse di aver perso l’orientamento già da un pò. Quando alzò di nuovo gli occhi, non aveva la più pallida idea di dove si trovasse. Non riconosceva il quartiere, il cielo era diventato buio, non sembrava essere una zona centrale, c’era poca gente in giro. Un brivido le percorse la schiena e lo stomaco ebbe un sussulto. D’istinto, mise mano alla borsa, ma si accorse con orrore di non avere nulla con sè. Quando era scesa al piano di sotto, aveva lasciato la borsa nell’armadio, in camera sua, con tutto il suo contenuto, tra cui le cose che avrebbero potuto aiutarla: il portafogli e il telefono.

All’improvviso fu travolta da una violenta ondata di sconforto e le venne da piangere, poi la sua attenzione fu catturata  dalla luce di un piccolo pub in lontananza e, sebbene si vergognasse da morire della situazione in cui si era cacciata, decise di andare a chiedere aiuto.
L’interno del pub, completamente in legno scuro, massiccio e antico, era poco illuminato. Un enorme bancone si stagliava sulla parete di fronte all’ingresso e, nonostante fossero solo le sei del pomeriggio, c’erano già diversi avventori intenti a farsi una pinta. Dietro al bancone c’era un ragazzo alto e robusto, dai capelli rossicci e la barba folta dello stesso colore, il tutto a incorniciare un bel paio di occhi verdi come la natura selvaggia irlandese.
Lui si accorse di lei e la guardò con quegli occhi bellissimi e Anna si sentì girare la testa per l’imbarazzo. Lui era davvero… notevole. Per la prima volta nella sua vita Anna capì cosa ci trovasse di così tanto affascinante la sua amica Ross negli uomini con la barba.
-“Cosa bevi?” Le chiese, cortese, con una voce profonda e roca che ben si sposava con il suo aspetto massiccio, da boscaiolo.
-“Io… in effetti, non sono qui per bere” Esordì la ragazza, impacciata. Lui rise:
-“Non sei qui per bere?! Beh, allora sei nel posto sbagliato, ragazza!” Urlò, deridendola. Uno degli avventori alzò la sua birra, in segno di approvazione. Anna si sentì molto a disagio e desiderò uscire il prima possibile da lì. D’altra parte, non aveva la minima idea di come sarebbe tornata a casa e aveva davvero bisogno di aiuto. Nella tasca aveva ancora il foglietto con l’indirizzo, magari il ragazzo barbuto avrebbe potuto indicarle la via. Si fece coraggio:
-“A dire il vero, ho bisogno di aiuto: mi sono persa” Confessò. Lui scoppiò in una fragorosa risata. Okay, era carino, ma cominciava veramente a darle sui nervi. Quando smise di ridere lui la osservò più attentamente e sembrò placare la sua ilarità, assumendo quasi un’aria contrita:
-“Ma sei seria?” Le chiese, allibito.
-“Si, lo sono. Mi sono persa. E’ il mio primo giorno qui a Dublino e penso di aver camminato troppo…”
-“Perdonami allora, credevo stessi scherzando! Come posso aiutarti?” Si scusò lui, diventando tutto serio. Anna gli passò il foglietto che aveva in tasca:
-“Devo tornare qui” Gli disse. Lui lesse l’indirizzo con attenzione, poi prese il suo cellulare, sotto al bancone, e fece una veloce ricerca.
-“E’ lontano” Le disse dopo pochi secondi. “Ti chiamo un taxi” Propose.
In quel momento entrò un nuovo cliente che andò direttamente al bancone e ordinò una Guinness. Il ragazzo barbuto si scusò e andò a servirlo. Anna si frugò nelle tasche, nella remota speranza di trovarci qualche spicciolo. Non aveva un euro. Era spacciata. Ma come poteva essere andata così lontano da sola, semplicemente con le sue gambe?! Avrebbe tranquillamente potuto ripercorrere i suoi passi, ma… se poi si fosse persa di nuovo, per strada?!
-“Scusami, eccomi qui. Allora, taxi?” Il ragazzo tornò da lei.
-“Io non posso prendere un taxi. Se mi indichi la strada, tornerò a piedi” Rispose quindi lei.
-“L’indirizzo che mi hai dato dista sei chilometri da qui e ormai è buio e questo non è un bellissimo quartiere da frequentare di notte, sicura di volerlo fare?” Le chiese quindi lui.
-“Temo proprio di non avere altra scelta. Non ho la borsa, non ho i soldi, nè il telefono. Oddio, sono una stupida, che cosa ho combinato!”
Lui la scrutò come si scruta un raro esemplare in via di estinzione.
-“Sei strana” Le disse. Lei non lo prese come un complimento. Era esausta.
-“Devo andare!” Disse, stizzita e girò sui tacchi, puntando la porta.
-“Aspetta, aspetta, aspetta! Non volevo offenderti… è che sto cercando di capire cosa ci fai qui. Qualcuno ti ha fatto del male? Ti hanno rapinata?” Lui la seguì, uscendo fuori dal bancone e mettendo in mostra tutta la sua imponenza. Indossava una camicia a quadri, un jeans e un paio di massicci anfibi. Era molto più alto di quanto sembrasse e decisamente sexy. Lei si voltò e se lo ritrovò davanti. Aveva un odore intenso e muschiato. La ragazza cercò di non farsi distrarre e di mantenere un briciolo di dignità.
-“No, sto bene. Sono uscita di casa in fretta, senza la borsa. E’ il mio primo giorno in questa città, domani inizio un nuovo lavoro e non conosco le strade, tantomeno quella di casa. Non sono pazza. Sono solo idiota.”
Gli spiegò, cercando di mantenere il controllo.
-“Capisco…” Rispose lui, massaggiandosi la barba folta con le mani, enormi.
-“Ti chiedo scusa per il disturbo” Disse quindi Anna, aprendo la porta. Ma lui la trattenne, alzando un braccio muscoloso. Richiuse il pesante uscio di legno massiccio senza neppure fare il minimo sforzo per contrastare la forza della ragazza, che invece lo tirava per aprirlo.
-“Ho una proposta per te” Disse quindi.
-“Stasera abbiamo una serata di musica dal vivo. Ti piacerà. Qui amiamo molto la musica tradizionale. Una delle cameriere si è ammalata e sono a corto di personale. Se resti per la serata e ti dai da fare nel servire ai tavoli, ti pago il taxi alla chiusura del locale. Che ne pensi?” Propose.
-“Domani mattina devo alzarmi presto. Non credo sia il caso…” Rispose lei.
-“Se esci da qui a piedi, senza soldi, nè telefono, potresti metterci ore a trovare la strada di casa e ti congeleresti nel frattempo. La mia è una proposta onesta e poi mi daresti davvero una grossa mano. Le mance sono tutte tue.” Sorrise e Anna notò che aveva anche dei denti dritti e perfetti. Si arrese.
-“D’accordo. Ok, ci sto. Sarò la tua cameriera per questa sera”
-“Perfetto. Sono Mark” Le strinse la mano, una vigorosa e calda stretta di mano che le fece girare la testa.

Continua… Nella Prossima Puntata!

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